San Romualdo


SAN ROMUALDO  monaco fondatore, camaldolese   (952 c.-19.6.1027)

Padre e maestro della Congregazione Camaldolese dell’Ordine di san Benedetto, è un monaco dalla prorompente carica carismatica. Il suo stile personale e il movimento spirituale, che si coagula attorno a lui durante la sua vita e dopo la sua morte, si presentano con alcuni tratti profondamente tradizionali e con altri altrettanto innovativi rispetto al monachesimo del suo tempo. Radicato nelle Regola Benedettina e nutrito dall’intensa spiritualità dei Padri di Oriente, Romualdo allegerisce l’osservanza monastica da molte sovrastrutture cluniacensi, per dare spazio alla sua radicale sete di Dio. Dietro questa spinta interiore, Romualdo si inoltra con zelo da principiante in una avventura di vita solitaria a Venezia; più tardi, maturato a prezzo di una dura esperienza personale, Romualdo saprà interpretare il diffuso bisogno di autenticità, di essenzialità  e di libertà spirituale espresso dai vari movimenti di “reformatio” presenti nella Chiesa e nei monasteri, come dal pullulare di forme spontanee di eremitismo. Grazie all’esperienza e all’autorevolezza, che si è guadagnata, Romualdo reinserisce questo fenomeno in modo creativo nell’alveo della tradizione monastica e della chiesa. Anzi la tramuta in forza di rinnovamento. È in questa capacità intensa di Interiorità di sguardo attento alle vicende storiche del proprio tempo che Romualdo si qualifica come maestro di vita monastica e padre degli eremiti che vivono secondo la retta ragione, sotto la regola monastica, in un rapporto dialettico e fecondo tra eremo e monastero, tra vita eremitica e vita cenobitica. I saggi raccolti in questo volume (Centro Studi Avellaniti “SAN ROMUALDO” storia geografia e spiritualità, “il segno” dei Gabrielli editori 2002, VI) illustrano le connessioni  con gli eventi storici e il contesto culturale, teologico e spirituale in cui il movimento romualdino-camaldolese è sorto, offrendo una visione ampia e articolata della vita e del messaggio di questo grande innovatore (nei quarti di copertina).

Nacque a Ravenna dal duca Sergio intorno alla metà del sec. X°. A vent’anni lasciò la vita secolare per farsi monaco a Sant’Apollinare in Classe, vicino a Ravenna. Qui Romualdo rimase  circa 3 anni, ma, insofferente della mediocrità di quei monaci, decise di ritirarsi a vita eremitica nella laguna di Venezia (Jesolo, in Val Dogà, Torre Caligo, Ve).

Con alcuni compagni , tra i quali il doge Pietro Orseolo I°, che aveva abbandonato Venezia, per convertirsi a vita monastica, l’eremita Marino e l’abate Guarino, attraversò la Lombardia e la Provenza e giunse in Spagna al monastero di San Michele di Cuxa (Sud Pirenei), allora fiorente  sotto l’influenza dell’attività riformatrice  dell’ Abbazia di Cluny (Clunyacensi di Francia).

Intorno al 987 morì Pietro Orseolo e quasi contemporaneamente giunse notizia a Romualdo, che suo padre, che era entrato nel monastero di S. Severo in Classe, durante la lontananza del figlio, era tornato alla vita secolare. Romualdo rientrò allora a Ravenna, e qui convinse il padre a rientrare nel monastero, poi si ritirò a vivere in una cella  nella palude di Classe (Ra) riprendendo le sue esperienze di vita solitaria nelle zone più desolate della costa adriatica. L’imperatore Ottone III (983-1002) più tardi gli affidò il governo e il riordinamento del Monastero di Sant’Apollinare in Classe, ma il suo rigore non piacque ai monaci, né Romualdo li tollerò a lungo. Un anno dopo infatti, lo troviamo a Montecassino nell’Abbazia fondata da San Benedetto, che fu culla e guida del monachesimo dell’Occidente. San Romualdo, durante la sua lunga vita, contraddistinta da numerose peregrinazioni, fondò molte comunità religiose di stretta osservanza, che stavano tra l’abbazia e l’eremo, tra il lavoro e la vita contemplativa. La sua esistenza fu contraddistinta  da una attività fecondissima; fondò cenobi a Verghereto (Passo del), a Lemno, a Val di Castro, a Cassino, a Ravenna, a Roma. Ne fondò 2 a Siena, uno a Vallombrosa, uno a Fontebuona. Ma il più famoso è quello di Camaldoli (Ar), dal quale l’Ordine (i Camaldolesi) da lui riformato prese il nome. Romualdo morì a Val di Castro il 19 giugno di un anno non posteriore al 1027. La sua vita fu densa di fatti  contradditori: un collegamento quasi costante col mondo dei potenti, da cui Romualdo stesso veniva, e una esasperata polemica contro la corruzione, che il potere, di principi e di prelati, inevitabilmente genera nell’animo di chi lo detiene; Un’evidente insofferenza per le strutture istituzionali, e una continua formazione di gruppi ordinati; una intransigente volontà di isolamento, e una ricerca quasi affannosa di anime da convertire.  Pier Damiani scrive: “VITA ROMUALDI” quindici anni dopo la morte del Santo e la popolò di visioni e di miracoli,di lotte con il diavolo, poiché era rimasto impressionato dalle attestazioni di fede dei monaci, che conobbero in vita Romualdo e del popolo che lo venerò. Le folle infatti accorrevano sulla tomba a Val di Castro, dove i miracoli si moltiplicavano. Il suo corpo rimase nell’Abbazia di Val di Castro fino al 1480, quando fu trafugato da 2 monaci di Sant’Apollinare in Classe e portato a Jesi. Qui le ossa furono recuperate il 7 febbraio 1481 nella chiesa camaldolese di San Biagio in Fabriano, dove sono tuttora. La festa di San Romualdo, che originariamente era il 19 giugno, fu da Clemente VIII, nel 1595, estesa a tutta la Chiesa e fissata il 7 febbraio.

 

da SANTI SANTUARI, uno per uno tutti i santi del calendario, Compagnia gener. editor. spa, Mi, 1979 pag. 606